Roberto Mutti – Una buona fotografia ci sa parlare

Roberto Mutti – Una buona fotografia ci sa parlare

La casa, un edificio di non particolare pregio, occupa la parte centrale dell’immagine e nasconde appena la curva di un grande viale alberato: tutto è immerso in un’atmosfera sospesa, nessuno passeggia sui marciapiedi solitamente affollati, nessuna carrozza avanza nel traffico quotidiano di Boulevard du Temple, una delle vie più animate di Parigi.

L’occhio però si concentra su un particolare in basso a sinistra: due uomini sembrano gli unici esseri viventi presenti sul luogo, uno è un lustrascarpe chino sullo sgabello e l’altro è il suo cliente in piedi davanti a lui. Il segreto è presto svelato, l’immagine è una fotografia scattata nel 1838 da Louis-Jacques-Mandé Daguerre (inventore proprio in quegli anni del sistema che da lui prese il nome di dagherrotipia) dalla finestra di casa sua e i lunghissimi tempi di posa hanno impedito a tutto quanto era in movimento di lasciare traccia del proprio passaggio, con l’eccezione dei due sconosciuti che sono così diventati i primi e per di più inconsapevoli esseri umani a comparire in una fotografia.

Ho voluto cominciare così il nostro dialogo fotografico perché fin dalla sua invenzione, questa non è apparsa solo come una ingegnosa tecnica ma soprattutto come l’occasione per stabilire un nuovo rapporto con la visione. Come credo di aver appena dimostrato, una fotografia consente a chi la osserva con l’attenzione che è indispensabile di considerarla il punto di partenza per un lungo percorso narrativo, evocativo, estetico.

D’altra parte la nascita stessa della fotografia – e non dimentichiamoci che questo processo ha avuto non uno ma molti inventori, da Daguerre a Niepce, da Bayard a Fox Talbot – è legata all’esigenza di “catturare” la realtà per poterla conservare, analizzare, osservare, nobilitare. Se l’aspetto tecnico è stato importante coinvolgendo la meccanica per le macchine, l’ottica per gli obiettivi, la chimica per i materiali sensibili, è quello estetico a colpire maggiormente l’immaginazione di chi le fotografie le apprezza soprattutto per la loro bellezza. Infatti, il citato Henry Fox Talbot si dedicò a queste ricerche perché insoddisfatto dei disegni che aveva realizzato durante il viaggio di nozze sul lago di Como e, una volta ottenute le prime stampe fotografiche, le chiamò calotipie dal greco kalòs bello.

Se sono partito dalla storia delle origini è perché, quando qualcuno chiede quali sono i criteri di giudizio per valutare una fotografia, mi sento di ripetere che rispetto al passato non sono sostanzialmente cambiati. Mutati sono, tuttavia, i materiali, il gusto e perfino il linguaggio.

Ovviamente nessuno può onestamente proporre una formula buona per ogni occasione, un “bigino” che contiene schemi utilizzabili da tutti perché nel campo delle espressioni artistiche l’aspetto quantitativo e quello qualitativo, i parametri scientifici e i giudizi estetici si intrecciano in modo inestricabile.

Detto questo, alcune regole generali possono essere linee guida importanti. Una buona fotografia è, innanzitutto, realizzata bene tecnicamente perché l’autore è padrone dei mezzi che mette al servizio del suo progetto. Se un’immagine è sfocata o è mossa, questo è il risultato di una voluta scelta autoriale e non della casualità o di un errore; quindi in questo caso conta conoscere la volontà che ha spinto il fotografo a realizzare questa immagine. Come si vede da subito, per giudicare il valore di una fotografia bisogna acquisite diverse informazioni (conoscenza e studio della poetica dell’autore, del periodo storico e dell’ambito culturale in cui è stata realizzata) e limitarsi ad osservarla non è certo sufficiente. Non c’è da stupirsi perché la stessa situazione si presenta di fronte a un romanzo, a un dipinto, a un film che, per esser giudicati e non solo fruiti, richiedono attenzione e studio. Un dato che ritengo molto importante è la data di realizzazione se non altro perché una sperimentazione che oggi sembra piuttosto comune non lo era affatto settanta anni fa o perché un fotomontaggio era molto più difficile da fare nell’epoca dell’analogico che non in questa contemporanea che mette a disposizione di chiunque ottimi programmi digitali per realizzarli. Ovviamente se il nostro giudizio è finalizzato all’acquisto di una stampa da collezione si dovranno possedere anche conoscenze tecniche in grado di riconoscere, apprezzare e valutare le diverse tecniche di stampa, le carte, gli inchiostri, i supporti e tutto quanto è servito a realizzare la fotografia. Elementi questi ultimi che qui cito e su cui mi ripropongo di tornare con più precisione in un prossimo intervento.

Per concludere, gli aspetti tecnici e quelli estetici sono, dunque altrettanto importanti per giudicare una fotografia ma possiamo anche immaginare che questa ci abbia colpito per un particolare, per la sua capacità di alludere a una storia, per il suo modo di proporci un taglio insolito. Così, possiamo anche dire che una buona fotografia è quella che ci sa parlare.

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