Roberto Mutti – Mario De Biasi

Roberto Mutti – Mario De Biasi

Prefazione di Daniele Querci

Per meglio comprendere il mio progetto, ho voluto interpellare alcuni storici e critici d’arte che mi aiutassero, con i loro articoli, a far meglio capire il mio desiderio di cercare di parlare d’arte il più possibile, ricordandone le caratteristiche. Ecco perché due autorevoli figure, il critico fotografico Roberto Mutti e lo storico dell’arte Maurizio Scudiero, hanno iniziato a farlo.

Mi trovavo a Milano per far visita a Robero Mutti il quale, appena mi vide, mi disse che la figlia del Maestro Fotografo Mario De Biasi l’aveva da poco informato che il padre era scomparso.

Roberto Mutti aveva visitato il Maestro De Biasi la sera precedente in ospedale e, saputa questa triste notizia, nacque in lui il desiderio di dedicargli un articolo che io, pur non avendo l’onore di avere le opere del Maestro De Biasi nel mio progetto, avrei volentieri pubblicato sul mio sito e questo perché ritengo che questo tipo di notizie scritte da Roberto sono sicuramente informazioni molto utili per capire cosa vuol dire essere un “Vero Maestro” e cosa questo possa dare alla “Fotografia Italiana” perché è di questo che si deve parlare.
Infatti il Maestro Mario De Biasi lascia i suoi fotogrammi alla storia di questa tecnica artistica ed ogni istantanea dovrebbe, guardandola, far riflettere e contestualmente cercare di far condividere ed interpretare le emozioni e le riflessioni che quel Maestro, con le sue innate qualità, e’ riuscito a fermare per l’eternità.

Grazie Maestro, grazie Roberto.

Cordialmente,
Daniele Querci

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“Mi raccomando la precisione perché se si scrive un’inesattezza o se si sbaglia una data quell’errore poi viene copiato e, quando non ci sarò più a ricordarlo, resterà per sempre”. Questa era una delle massime che Mario De Biasi regalava a chi lavorava con lui e ora che, novantenne e lucido fino agli ultimi giorni, il grande fotografo è scomparso, queste parole acquistano un nuovo significato.
In effetti, pur avendo lavorato come tutti i reporter nel suo presente, De Biasi dava l’impressione di volerlo fare per il futuro: per la storia con la esse maiuscola – come dimostrano le crude ed essenziali immagini della rivolta di Ungheria del 1956 – ma anche, talvolta, per la storia della fotografia italiana cui ha regalato opere di straordinaria forza. E’ il caso di “Gli italiani si voltano”, un’immagine in bianconero diventata famosissima anche se nata non per essere tale. Siamo nel 1954 e De Biasi è già entrato nello staff di “Epoca”, la testata di punta di Mondadori che l’ha pescato dal mondo amatoriale per trasformarlo in professionista. La meno prestigiosa rivista “Bolero” lo prende a prestito per realizzare un reportage di costume nel centro di Milano usando come modella l’allora sconosciuta Moira Orfei: De Biasi improvvisa il tutto partendo da Piazza San Babila e in breve di trova circondato da un codazzo di curiosi con cui arriva in piazza Duomo. E’ lì che scatta il fotogramma della ragazza: lui la riprende maliziosamente di spalle cogliendo le pieghe dell’abito che ne fascia il corpo prosperoso, lei avanza sicura verso una folla di maschi incantati.
Di tutto il reportage solo questa fotografia è rimasta trasformandosi in una vera icona. Il bello del lavoro di Mario De Biasi sta tutto nella forza evocativa di immagini ognuna delle quali, come nel caso citato, può raccontare una storia. Uomo coraggiosissimo che, facendosi scudo dell’amata fotocamera, aveva affrontato guerre, rivolte, catastrofi naturali, sfidando la lava dell’Etna e il gelo della Finlandia, viaggiatore instancabile capace di fare più volte il giro del mondo (“non sono sicuro di quante volte” mi disse una volta con inaspettata modestia), De Biasi era capace di realizzare immagini straordinarie anche a due passi da casa, per esempio attorno al Duomo della sua Milano. “Non bisogna mai fotografare subito ma girare intorno alla ricerca di un’inquadratura più originale che sicuramente si troverà” ripeteva a chi gli chiedeva il segreto del suo lavoro. Attento osservatore, sapeva bene quando fioriscono le magnolie del giardinetto dietro l’abside e infatti sono sue le riprese spettacolari di queste piante; dopo innumerevoli salite sul tetto aveva capito quando era il momento opportuno per riprendere attraverso le guglie il tramonto rosseggiante (invano tentarono di copiarlo i creativi di un famoso amaro che poi si arresero e utilizzarono la sua per una pubblicità diventata famosissima)
mentre dopo una copiosa nevicata riuscì a salire sulla più alta guglia per riprendere di primo mattino il tetto bianco e immacolato. Si è molto disquisito della bellezza di certe sue fotografie ma pochi hanno ricordato che questo risultato era soprattutto il frutto di un lavoro preciso, minuzioso, attento che partiva dallo studio e dalla ricerca. Fra i meno noti e ricordati ci sono i lavori sulla natura: in “L’è minga vera che Milan l’è minga verd” (non è vero che Milano non è verde) raccolse le sue riprese di cortili privati dove sapeva che fiorivano giardini rigogliosi di straordinaria bellezza, in “Il terzo occhio sulla natura” dimostrò che chi aveva fotografato la bellezza di Brigitte Bardot e Marlene Dietrich era anche capace di soffermarsi su una ragnatela per esaltarne la delicatezza e trasformare le gocce di brina in perle. Già, perché per un uomo che si è identificato nel suo lavoro dedicando tutta la sua vita e la sua passione alla fotografia, la ricerca della bellezza è stata una costante che si ritrovava nella curiosità con cui seguiva le ricerche dei colleghi (se poteva, non si perdeva un’inaugurazione) come negli innumerevoli servizi realizzati per “Epoca”, nei tantissimi libri, nelle mostre che realizzava volentieri ma solo a patto che fossero accompagnate da un catalogo che ne conservasse la memoria. Mi piace ricordarlo così, mentre annuncia in terza persona la pubblicazione di un nuovo libro e l’idea di un nuovo progetto o mentre regala frammenti di saggezza. Una volta mi disse, a proposito di uno stampatore che lo aveva rassicurato ma poi aveva realizzato una modesta pubblicazione: “Mi aveva detto di non preoccuparmi. Ecco, facciamo tutti così: quando ci dicono di non preoccuparci, cominciamo a farlo”.

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