Laura Monaldi – Eugenio Miccini

Laura Monaldi – Eugenio Miccini

Eugenio Miccini era convinto che la letteratura dovesse operare il riscatto estetico dei simboli della società contemporanea, puntando a un uso comunicativo dei linguaggi tecnologici della nuova società. Fin dalle prime opere – datate 1962 – l’artista esprime tale necessità attraverso cancellature, interventi e manipolazioni, in cui la sintassi verbo–visiva emerge in tutta la sua carica contestativa, grazie a un metalinguaggio che si pone in equilibrio dinamico fra la parte verbale e quello iconica. Una prassi artistica che diviene ricerca poetica dell’estetica in continua parodia e contrapposizione al mondo: un oggetto culturale di ricerca teso all’analisi delle distanze drammatiche che separano la vita dai segni del mondo.

Tutta l’opera di Eugenio Miccini può essere letta nella direzione dello svelamento di un enigma poetico, ossia di una poeticità criptica, esuberante e mai scontata. Una vera e propria analisi serrata sui misteri del linguaggio contemporaneo, in cui convergono le terminologie del Sistema della Cultura e del discorso sul senso comune. Un’azione poetica che opera attraverso gli enigmi dell’immagine, verso l’esaltazione della poiesis e il tentativo della sovversione delle leggi logiche delle parole e delle loro relazioni reciproche.

Nell’epoca della poesia post-ermetica – attraverso l’adagio popolare, il proverbio, il gioco, il rebus, il discorso criptico, il gergo popolare – si sviluppa la costante ricerca dell’artista e dell’uomo di lettere, intesa come un impegno volto a demistificare le modalità espressive del linguaggio comune, in quanto istituzione quotidiana e pratica moderna del discernimento del sapere e della conoscenza del reale. Era il 1978 quando Eugenio Miccini scriveva che «l’arte è un ripensamento che vive nel mondo degli oggetti per suscitare un mondo di concetti», sottolineando la propria duplicità e radicalità artistica. Fin dai collages della serie Poesia trovata emerge chiara la volontà di operare lo scarto dalla norma canonica, di superare i limiti disciplinari fra le arti e irrompere negli schemi precostituiti del sistema culturale, analizzando in modo pragmatico l’universo sociale e politico. Con tale serie artistica Eugenio Miccini opera, sul versante figurativo, una rappresentazione mimetica del quotidiano attraverso le immagini tecnologiche di dominio pubblico, sul versante poetico/letterario, invece, opera una decostruzione semantica e ironica di tali figurazioni attraverso lo scontro/incontro con il linguaggio, trasfigurandosi in materia che fugge alla lettura.

La parola diviene materia vivace e dinamica che tenta il riscatto della propria concretezza, materialità e fisicità, nel disperato tentativo di superamento del disordine contemporaneo, alla ricerca di un nuovo ordine rigeneratore. «Poesia trovata», quindi, come operazione linguistica che si auto-valuta sulla base delle contraddizioni che essa stessa presenta: una compenetrazione di parola e immagine che ostenta l’estraneità reciproca, attraverso motti di spirito di una sovrastruttura destabilizzata dal senso comune sociale. La potenzialità della sintassi verbo visiva applicata a slogan pubblicitari è solo una piccola parte della vasta produzione artistica di Eugenio Miccini. L’accostamento e la sovrapposizione di parole e immagine non si esaurisce nella ricerca dei codici della società di massa, passando oltre e superando i limiti dei codici della quotidianità.

La serie dei Rebus – iniziata nel 1964 con la collaborazione di altri pittori come Barni, Ruffi, Lastraioli e Coppini – è prova di un’audace esaltazione di iterazioni e possibilità operative che s’incontrano, valorizzando l’aspetto verbo-visivo del collage e degli interventi poetico-visuali. Con i Rebus Eugenio Miccini attua un recupero del messaggio in nome dell’immagine, attraverso una narrazione labirintica e concettuale, al fine di una lettura simbolica della realtà, colma di aporie da svelare e contraddizioni da demistificare. Si tratta di un divertissement poetico, di un gioco linguistico di grande attualità, in cui la visualità diviene la nuova dimensione della parola: una metafora puramente illustrativa del reale, che si esplica in un’unione discontinua e polivalente di parole e immagini. In tali opere la parola aliena l’immagine, che a sua volta è alienata dalla parola, in un silenzio enigmatico e quasi sarcastico, dal quale scaturisce una poeticità inedita.

Con i Rebus e – in seguito – gli Anagrammi, l’intento dell’artista non è quello di mettere in luce le infinite relazioni che possono intercorrere fra parola e immagine nella società di massa e dei consumi, si tratta di mettere in gioco tali possibilità, al fine di vedere la poesia oltre la linearità del discorso poetico e l’immediatezza visiva del supporto pittorico. Segno e significante divengono i validi strumenti della nuova retorica contemporanea, in cui i ruoli e le funzioni della letteratura e dell’arte vengono ribaltati in nome dell’estetizzazione del quotidiano e dei vari processi operanti nei termini sociali e artistici, che tendono a corrodere gli spazi di autonomia e di identificazione con la realtà.

La metafora e la retorica iconica della poesia visiva post-ermetica di Eugenio Miccini è un rimando al punto d’origine del linguaggio, ossia al momento della coincidenza perfetta fra nome e cosa, in contrasto con la sordità e la cecità del mondo e dell’uomo contemporaneo. Anche i luoghi comuni possono nascondere una loro propria e intima poeticità: la serie Poetry gets into life asserisce a un’autentica rivendicazione dell’ironia e della retorica contemporanea. L’arte entra nella vita e i ruoli si rovesciano in nome della coincidenza e dei punti d’origine del sentire poetico, dell’espressività artistica e della comunicazione sociale, che – nell’opera di Eugenio Miccini – risuonano all’unisono in un unico processo artistico che sembra significare tutto, pur essendo racchiuso nel silenzio di un’immagine. «Poetry gets into life» si caratterizza per il suo astrattismo visivo e comunicativo: in queste opere non ci sono rimandi diretti fra parola e immagine, ma una sineddoke del reale e del quotidiano, un parallelismo – fra motto di spirito dell’artista e immagine di senso comune – che sottolinea l’estraneità dell’arte alla vita e tenta, al tempo stesso, di portare l’una sul piano dell’altra. Il fine è quello di creare un’armonia comunicativa, in cui il contemporaneo, con la sua cultura e i suoi linguaggi, operi un’inversione di rotta, purificando il corrotto processo di estetizzazione del quotidiano che ha invaso la società di massa.

Quella di Eugenio Miccini è una retorica esaustiva e ironica nel suo mettere in luce le aporie e i paradossi di una modernità sempre più sorda e cieca nel bombardamento mass-mediatico che la caratterizza. L’analisi dell’artista procede nella direzione della presa di coscienza che «Anche il silenzio è parola» e nell’epoca della comunicazione di massa è un dovere andare oltre i codici del quotidiano, oltre i sensi comuni, superando i limiti stessi della società, alla ricerca di una poeticità contemporanea, che non solo incarni l’idea di bellezza, ma che sia anche il simbolo di una materialità concreta del reale e una idealità sociale, energica e libera da qualsiasi contraddizione e paradosso. Eugenio Miccini sviluppa un proprio senso letterario: fra sperimentalismo “endoletterario” ed “esoletterario”, caratteristico dell’Arte neoavanguardistica degli anni Sessanta, l’artista pone le basi per l’affermazione di un nuovo canone e di un nuovo atteggiamento estetico, in quanto recupero critico della storia e delle convenzioni linguistiche dei vari campi di espressione. Una vera e propria riflessione – spesso in chiave parodica – sulle forme e sui codici ereditati dal passato. Si tratta, certamente, di uno sperimentalismo considerato come verifica e ricostruzione critica delle effettive funzioni del linguaggio artistico all’interno della civiltà industriale retta dagli strumenti di comunicazione di massa, nella convinzione che solo lo sperimentalismo poliedrico può essere lo stile di una nuova cultura moderna.

Posta l’attenzione sul carattere analitico e interdisciplinare della teoria, ossia la messa in luce della dilatazione dei canoni, del mutamento dei paradigmi e della compenetrazione delle esperienze artistiche degli anni Sessanta, nasce la certezza che la Poesia Visiva prenda le mosse dalla riflessione sulle alterazioni dei linguaggi e delle ideologie letterarie, qualificandosi come un fare artistico esoletterario, inserito in un presente giudicato ontologico e astorico, denso di complessità e in cui è impossibile distinguere i confini disciplinari. In tali prospettive nascono le serie degli «Ex libris», «Libris», delle edizioni Tèchne e i libri d’artista di Eugenio Miccini, vere e proprie dichiarazioni letterarie, che richiamano a un senso di poeticità inedito e a una svolta ontologica nell’era dell’estetismo diffuso. «Il libro – scriveva l’artista – luogo di ogni scrittura segnica, verbale e iconica, sedimento di scritture e figurazioni, non poteva non subire le medesime tensioni che hanno sconvolto il linguaggio. Da veicolo o contenitore di messaggi diventa contenuto e messaggio, subisce nel suo seno una “precessione dei simulacri” (Jean Baudrillard), per cui il significante è più vero della cosa simulata. Assume cioè su di sé quella “funzione poetica” (Roman Jakobson) che consiste nell’attirare l’attenzione anche sulla propria forma». In quanto prodotto della creatività umana, la forma del libro ha la duplice valenza di divulgare informazioni estetiche e di essere oggetto fruibile nella propria forma estetica e poetica. Una rivoluzione che ha segnato profondamente il fare poetico e artistico dagli anni Sessanta a oggi.

Tratto dai testi di pubblicati su «Cultura Commestibile», nn. 27-29, 32, aprile – giugno 2013.

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