Roberto Mutti – GIANNI BERENGO GARDIN : UN CLASSICO

Roberto Mutti – GIANNI BERENGO GARDIN : UN CLASSICO

Essenziali, immediate, così equilibrate da essere scambiate per semplici: così appaiono le fotografia di Gianni Berengo Gardin. Invece sono estremamente complesse e per scoprirlo è bene partire dai primi anni di formazione, un puzzle assai complesso fatti degli interessi più diversi tutti legati all’osservazione come quella del mondo che scorreva davanti ai suoi occhi di bambino che viveva nel grande albergo dei genitori a Santa Margherita Ligure. Quando la famiglia si sposta a Venezia, Gianni si avvicina inconsapevolmente a quella che era una vera e propria fucina fotografica perché nel 1947, mentre a Milano nasceva il circolo “La Bussola”, nella città lagunare si affermava “La Gondola” nel cui ambito muove i primi passi. Il ragazzo è sveglio e impara rapidamente ma ben presto i confini gli stanno stretti, così Parigi diventa l’occasione di una svolta epocale: apparentemente Berengo si è spostato lì per imparare a gestire un hotel ma le cose più importanti di quel biennio 1954-1955 le fa nel tempo libero indagando sistematicamente la città e inquadrandola nel mirino della Super Ikonta regalatagli dal fratello e della Rolleifex comprata con i risparmi. Qui conosce autori con cui stringe un rapporto di amicizia come Willy Ronis e Robert Doisneau, avviene una vera e propria svolta nella sua formazione legata all’esperienza, all’osservazione, al confronto. Quando torna a Venezia e riprende il lavoro nel negozio di vetri di Murano di famiglia, come aveva fatto a Parigi, riprende con sistematicità la città usando il nuovo piccolo formato le cui proprietà aveva conosciuto nel soggiorno parigino. Il cambio di formato porta l’autore ad abbandonare l’esclusiva ricerca della bella fotografia singola per avvicinarlo alla logica del reportage che da allora in poi non abbandonerà più. Inizia una fase in cui collabora con riviste prestigiose come “Il Mondo” e trova la dimensione ideale nel respiro del libro: con Albert Mermoud delle Editions Clairefontaine-Guilde du livre di Losanna pubblica nel 1965 “Venise des saisons” che non è il primo ma è il più importante suo volume di quegli anni. Da qui parte Gianni Berengo Gardin e tutta la sua lunga storia è conseguenza di questa già raggiunta maturità: si trasferisce a Milano, diventa professionista, lavora senza agenzie e si definisce “un artigiano della fotografia”.
Da allora la storia si fa complessa: l’autore si fa strada, firma un numero di libri così numerosi che dichiara di averne perso il conto dopo il duecentesimo, espone in mostre di grande importanza in tutto il mondo, riceve i giusti riconoscimenti come il Leica Oskar Barnack Award nel 1995, il Lucie Award nel 2008 (vedi foto a fianco) , la laurea honoris causa dell’Università degli Studi di Milano nel 2009. Soprattutto, però, realizza immagini riconosciute dal grande pubblico e diventate vere icone. Non amando la fotografia rubata, Berengo tende a coinvolgere i suoi soggetti trasformandoli in protagonisti: lo sono i bambini colti mentre giocano per strada con una corda e che ricordano i loro omologhi francesi che Doisneau ha fotografato a Parigi, lo è la coppia con bambino ripresa di spalle come quella seduta nell’automobile posteggiata vicino alla costa del mare. E che dire di quell’altra fotografia dai forti contorni surreali scattata su un vaporetto che, grazie all’abile gioco di specchi, confonde le prospettive, moltiplica i soggetti, usa le spalle di un passeggero come uno schermo e la porta a vetri come una cornice fino ad ottenere una composizione che Mondrian avrebbe molto amato? Ogni fotografia meriterebbe un discorso, in ogni immagine è conservata una storia, ogni scatto rimanda alla vita. Per questo Gianni Berengo Gardin è un autore che merita la più grande attenzione perché osservando le sue fotografie si possono cogliere la storia (con “Morire di classe” contribuì alla chiusura dei manicomi), la voglia di combattere battaglie civili difficili (i reportage sugli zingari), la ricerca del bello (il rapporto con i tanti artisti, i lavori sul paesaggio italiano svolti per il Touring Club Italiano), l’indagine architettonica (nel lungo rapporto professionale con Renzo Piano). Ma poi il bello è cogliere nelle tante singole immagini quella particolarissima capacità di fermare in una sola immagine mille particolari che consentono di ricostruire le atmosfere del tempo. Per tutte questa ragioni, Berengo è un classico: non è poco.

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