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Recensione della mostra “LE PORTE DEL MEDITERRANEO” tenutasi dal 23 aprile al 28 settembre 2008 a Rivoli (TO) presso le sedi della Casa del Conte Verde e Palazzo Piozzo.

artgate51 | 5 ottobre 2008

Duplici gli spazi espositivi di questa mostra, costituita da una sezione storica (ospitata presso la “Casa del Conte Verde”- Via Fratelli Piol, 8) ed una sezione contemporanea (presso “Palazzo Piozzo”-Via Fiorito, 6). Entrambi a Rivoli (To), città medievale.                                                                                                          ”Viaggiatori ed artisti piemontesi alla scoperta del Mare Nostrum”, la parte storica della mostra, presenta un allestimento dal volto didattico, che illustra le relazioni esistenti tra la Casa Savoia ed il suo Regno, con l’Oriente, attraverso le opere pittoriche e letterarie realizzate da esponenti aristocratici, archeologi, artisti ed intellettuali, tutti assai affascinati dalle civiltà mediterranee ed in particolare da quella egizia.                                                                                                           L’incontro di Torino con il Mediterraneo è presente in questa sede con vedute e dipinti di soggetto storico di Massimo d’Azeglio, il quale, nel 1840 trasforma il Grand Tour in un meticoloso viaggio di scoperta nelle più lontane regioni del meridione d’Italia, da questi ritenute mete “esotiche” in quanto nobile cadetto cresciuto a Torino. Egli visita quelle terre anche nell’intento di porre le basi al processo di unificazione nazionale, che considera sì possibile tramite la politica e le armi, ma soprattutto attraverso l’ausilio delle arti, nella reciproca comprensione e rispetto.  Di questa sua esperienza ci lascia una fitta corrispondenza ed album di disegni, dai quali nascono alcune delle sue opere.                                                                                                                                                                     L’allestimento fa focus sulla figura di Carlo Vidua, il quale, insieme a Bartolomeo Drovetti, è il personaggio centrale per la riuscita dell’acquisizione dei reperti archeologici ritrovati nei siti di scavo in Egitto (acquisizione formalizzata il 24 gennaio 1824) che costituiranno le collezioni di quello che è oggi uno dei più importanti musei del mondo: il Museo Egizio di Torino.  Le sale ci pongono all’attenzione opere di Giacomo Pregliasco, Luigi Canina, Giovanni Migliora, Giuseppe Savina, Massimo d’Azeglio, Carlo Bossoli, Alberto Pasini, Lorenzo Delleani, Enrico Junio (disegni), Felice Cerruti Bauduc, Giulio Vietti, Giuseppe Ghedizzi, Giuseppe Battero, Alberto Rossi, Ludovico Raymand, Carlo Oreste Scrocco, Achille Peiachini e Antonio Testa.                                                             L’Egitto che ritroviamo nei dipinti di questi artisti è di valenza storica, poiché basato su dati esatti, ma non è da intendersi ad essi contemporaneo. E’ un luogo creato dalla loro fantasia e dalla loro sensibilità. Nella seconda metà dell’Ottocento, si ha l’apertura del Canale di Suez e l’evento viene celebrato dall’”Aida” di Giuseppe Verdi, eseguita per la prima volta al Cairo, nel 1871 e il dilagare, a Torino, della moda per l’Egitto è sempre maggiore. Sulle tavole si ricreano le atmosfere calde e sensuali di un vivace cromatismo che delinea i caratteri più propriamente caratterizzanti questi luoghi, in cui la forte luminosità solare e l’ocra della sabbia, è alternata all’ombra delle scene degli interni e sembrano rendersi percepibili i profumi delle spezie, il caldo umido e l’aria stessa.                               Nell’ultima sala, la mostra offre una testimonianza fotografica degli immigrati italiani in Egitto, prova finale dei copiosi scambi tra il Piemonte e l’Oriente.                 Uscendo dalle sale espositive, ci si sente maggiormente consapevoli delle vicissitudini di importanti realtà torinesi e si è pronti ad aprirsi all’ “altro”.                          E’ l’alterità, infatti, il soggetto analizzato nella sezione contemporanea della mostra, poco lontano dai quattro fornici della facciata tardogotica quattrocentesca di Casa del Conte Verde. Le “Rotte dell’arte contemporanea” si propongono al pubblico, nelle sale affrescate e stuccate del primo piano di Palazzo Piozzo (eretto nel 1788) per continuare nello scenografico scalone (anch’esso affrescato e ospitante le statue di Giunone e di Anteo, dall’eburnea bellezza classica e idelizzata dell’ equilibrio estetico del Neoclassico settecentesco) con le installazioni e le opere dell’arte del contemporaneo sentire di artisti internazionali, circa la suddetta tematica e quella che da’ il titolo all’intera mostra: le porte. Cariche di significato simbolico ed allegorico, esse sono intese come possibilità di tramite verso un luogo altro, un luogo da superare e attraverso cui si può compiere uno spostamento fisico o mentale ed accedere altrove. Ma le stesse porte, possono fungere da barriera. Da elemento divisorio e limitante, con cui è vietato uno spostamento, l’oltrepassare un determinato limite e quindi ci relega in uno spazio circoscritto. Anche psicologicamente. Il tutto è applicato alla comunicazione tra le persone, della cui presenza entro almeno uno dei due lati della porta si prescinde. Dunque, si considerano le relazioni, gli affetti, le emozioni e le condizioni che pongono in essere tali porte.    L’antitesi del linguaggio artistico del Palazzo/contenitore di opere e le opere esposte/contenuto, si fa allora più greve. Nell’aria, una sofferenza quasi tangibile si presenta, e non è possibile guardare con distacco emotivo, alla forma in cui si manifesta la materia artistica e ciò che il mondo attuale, con i propri progressi scientifici, ha creato nella sfera privata di ognuno di noi, obbligandoci a farci consapevoli, se non partecipi, del dramma dell’esistere in specifiche situazioni, cinicamente proposte come normali, sebbene border-line. Fil rouge della mostra è la contaminazione globale del docet dell’unificazione standardizzata del mondo, la sua omologazione in rifiuto di caratteri geografici e culturali nazionali di ciascuno. Su questo impera l’azione di un adeguamento codificato, che non prevede esigenze d’intimità e unicità, affinchè l’adesione a stereotipi funga da lasciapassare per l’accettazione universale, quasi metadimensionale. La testimonianza della contaminazione culturale tra mondi in antitesi, viene proposta in una visione artistica cinica e talvolta crudele o grottesca, fino ad una estetica del Kitsch. Così, il verificarsi degli eventi viene accettato per il suo violento impatto per esserne stravolti nel tentativo di metabolizzarlo, razionalizzarlo e accettarlo. Conseguenza ne è l’isolamento, l’alienazione, il soffocare ogni sentimento interiore, che vorrebbe svilupparsi ed essere vissuto apertamente, per diventare compulsiva ricerca di una felicità preconfezionata.   Renata Panizzieri Lanza.                                   

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