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Sottopasso arte in volo-TRASVOLATA

Domenica 31 Gennaio 2010

SOTTOPASSO arte in volo “TRASVOLATA”

Sottopasso
Arte in volo

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a cura di Olga Gambari e Massimo Fiumanò
da maggio 2009 a settembre 2010
sede: binario 1, stazione ferroviaria di Domodossola

 Nella Stazione Ferroviaria Vigezzina di Domodossola, che collega due culture, due confini, tra la Svizzera e l’Italia, passano ogni anno due milioni di
persone.

L’associazione Ingremiomatris ha scelto una postazione nel cuore di questa stazione, per aprire una galleria fuori dal comune. Una storica carrozza degli inizi del ‘900, dagli elegantissimi e spartani interni in ciliegio, recentemente restaurata e tenuta come un’opera d’arte in sé, ferma sul Binario 1, diventa spazio d’arte dove per 17 mesi sfileranno artisti e opere.
Osserveranno la gente e proveranno a dialogare, a far fermare qualcuno, a raccontare comunque le loro storie. Useranno il linguaggio visivo, quello del colore, delle emozioni, delle forme, del movimento.

Se le gallerie di tutto il mondo lamentano che ormai, dopo la serata dell’inaugurazione, nessuno passa più, quale migliore possibilità di avere un pubblico continuo, ricco, quotidiano, affezionato? La carrozza, ferma sul suo binario, diventerà una galleria a statuto speciale, un esemplare unico. Dai sei grandi finestrini illuminati e orientati verso il marciapiede, le opere saranno visibili dall’esterno, osservabili solo da fuori, da chi passa lì vicino.
Il corpo del vagone sarà chiuso, un luogo a sé un po’ magico. Una galleria come una vetrina, che si protende per cercare il contatto, l’incontro tra opera e spettatore, lo scambio e il contatto tra arte e pubblico.

Una creatività multiforme che abiterà la stazione di Domodossola fino a settembre 2010, con un susseguirsi di mostre, tra personali e collettive, che spazieranno dalla pittura alla fotografia, dalla scultura alla videoinstallazione.
La carrozza sarà insomma un piccolo laboratorio in ebollizione, che andrà a cercarsi il suo pubblico sottoterra, partendo dal sottopasso di una stazione per uscire nel mondo.

Il 6 Febbraio alle ore 18 si inaugurerà  con le opere dell’artista ossolano Giuliano Crivelli e dell’artista ticinese Claudio Taddei, tutti e due pittori e musicisti.
Tutta la rassegna è idealmente ispirata alll’idea stessa di volo, di partenza, di nomadismo concettuale. Il volo è una perfetta metafora dell’esperienza artistica. Voli che si compiono in ogni opera, sperimentazioni che partono da terreni conosciuti per esplorare altri mondi e altri cieli. Ogni tensione artistica è così, un volo, che porta l’artista stesso ma anche il pubblico, nel momento del contatto. L’arte è un insieme di tentativi, esperienze, approcci a tentare il salto, comunque, verso qualcosa.
Nelle mostre che si susseguiranno la figura di Geo Chavez è un’eco, una texture che tiene insieme e su cui si sviluppa, come un orizzonte, la struttura del progetto. Chavez sarà una sorta di compagno di volo.
Geo Chàvez, aviatore di origini peruviane che per primo trasvolò le Alpi nel 1910 perdendo la vita, a soli 27 anni, morì in un tragico incidente proprio a Domodossola.
Il 27 settembre 2010, la città celebrerà infatti il centenario della morte di questo personaggio che incantò e commosse il mondo sacrificandosi per il suo sogno.
Un comitato scientifico composto da Olga Gambari e Max Fiumanò sceglierà artisti e lavori, con un’operazione dal sapore avanguardistico e situazionista che connota da sempre lo spirito dell’Ingremiomatris.
Alla fine tutta l’operazione sarà documentata da un catalogo Allemandi editore, una sorta di diario di bordo di un lungo viaggio d’arte compiuto a bordo di un treno.

Titolo: ” Trasvolata”

nell’ambito del progetto  “Sottopasso. Arte in volo”

 

Inaugurazione: sabato 6 Febbraio ore 18

 

a cura di Massimo Fiumanò
Sede: Binario 1 Stazione ferroviaria vigezzina, piazza
Matteotti,  Domodossola

 

Date: 6 Febbraio – 14 Marzo

 

Orari: tutti i giorni dalle 5:00 alle 21:00

Info: www.ingremiomatris.com

         info@ingremiomatris.com

tel.:3357357840

Recensione della mostra “LE PORTE DEL MEDITERRANEO” tenutasi dal 23 aprile al 28 settembre 2008 a Rivoli (TO) presso le sedi della Casa del Conte Verde e Palazzo Piozzo.

Domenica 5 Ottobre 2008

Duplici gli spazi espositivi di questa mostra, costituita da una sezione storica (ospitata presso la “Casa del Conte Verde”- Via Fratelli Piol, 8) ed una sezione contemporanea (presso “Palazzo Piozzo”-Via Fiorito, 6). Entrambi a Rivoli (To), città medievale.                                                                                                          ”Viaggiatori ed artisti piemontesi alla scoperta del Mare Nostrum”, la parte storica della mostra, presenta un allestimento dal volto didattico, che illustra le relazioni esistenti tra la Casa Savoia ed il suo Regno, con l’Oriente, attraverso le opere pittoriche e letterarie realizzate da esponenti aristocratici, archeologi, artisti ed intellettuali, tutti assai affascinati dalle civiltà mediterranee ed in particolare da quella egizia.                                                                                                           L’incontro di Torino con il Mediterraneo è presente in questa sede con vedute e dipinti di soggetto storico di Massimo d’Azeglio, il quale, nel 1840 trasforma il Grand Tour in un meticoloso viaggio di scoperta nelle più lontane regioni del meridione d’Italia, da questi ritenute mete “esotiche” in quanto nobile cadetto cresciuto a Torino. Egli visita quelle terre anche nell’intento di porre le basi al processo di unificazione nazionale, che considera sì possibile tramite la politica e le armi, ma soprattutto attraverso l’ausilio delle arti, nella reciproca comprensione e rispetto.  Di questa sua esperienza ci lascia una fitta corrispondenza ed album di disegni, dai quali nascono alcune delle sue opere.                                                                                                                                                                     L’allestimento fa focus sulla figura di Carlo Vidua, il quale, insieme a Bartolomeo Drovetti, è il personaggio centrale per la riuscita dell’acquisizione dei reperti archeologici ritrovati nei siti di scavo in Egitto (acquisizione formalizzata il 24 gennaio 1824) che costituiranno le collezioni di quello che è oggi uno dei più importanti musei del mondo: il Museo Egizio di Torino.  Le sale ci pongono all’attenzione opere di Giacomo Pregliasco, Luigi Canina, Giovanni Migliora, Giuseppe Savina, Massimo d’Azeglio, Carlo Bossoli, Alberto Pasini, Lorenzo Delleani, Enrico Junio (disegni), Felice Cerruti Bauduc, Giulio Vietti, Giuseppe Ghedizzi, Giuseppe Battero, Alberto Rossi, Ludovico Raymand, Carlo Oreste Scrocco, Achille Peiachini e Antonio Testa.                                                             L’Egitto che ritroviamo nei dipinti di questi artisti è di valenza storica, poiché basato su dati esatti, ma non è da intendersi ad essi contemporaneo. E’ un luogo creato dalla loro fantasia e dalla loro sensibilità. Nella seconda metà dell’Ottocento, si ha l’apertura del Canale di Suez e l’evento viene celebrato dall’”Aida” di Giuseppe Verdi, eseguita per la prima volta al Cairo, nel 1871 e il dilagare, a Torino, della moda per l’Egitto è sempre maggiore. Sulle tavole si ricreano le atmosfere calde e sensuali di un vivace cromatismo che delinea i caratteri più propriamente caratterizzanti questi luoghi, in cui la forte luminosità solare e l’ocra della sabbia, è alternata all’ombra delle scene degli interni e sembrano rendersi percepibili i profumi delle spezie, il caldo umido e l’aria stessa.                               Nell’ultima sala, la mostra offre una testimonianza fotografica degli immigrati italiani in Egitto, prova finale dei copiosi scambi tra il Piemonte e l’Oriente.                 Uscendo dalle sale espositive, ci si sente maggiormente consapevoli delle vicissitudini di importanti realtà torinesi e si è pronti ad aprirsi all’ “altro”.                          E’ l’alterità, infatti, il soggetto analizzato nella sezione contemporanea della mostra, poco lontano dai quattro fornici della facciata tardogotica quattrocentesca di Casa del Conte Verde. Le “Rotte dell’arte contemporanea” si propongono al pubblico, nelle sale affrescate e stuccate del primo piano di Palazzo Piozzo (eretto nel 1788) per continuare nello scenografico scalone (anch’esso affrescato e ospitante le statue di Giunone e di Anteo, dall’eburnea bellezza classica e idelizzata dell’ equilibrio estetico del Neoclassico settecentesco) con le installazioni e le opere dell’arte del contemporaneo sentire di artisti internazionali, circa la suddetta tematica e quella che da’ il titolo all’intera mostra: le porte. Cariche di significato simbolico ed allegorico, esse sono intese come possibilità di tramite verso un luogo altro, un luogo da superare e attraverso cui si può compiere uno spostamento fisico o mentale ed accedere altrove. Ma le stesse porte, possono fungere da barriera. Da elemento divisorio e limitante, con cui è vietato uno spostamento, l’oltrepassare un determinato limite e quindi ci relega in uno spazio circoscritto. Anche psicologicamente. Il tutto è applicato alla comunicazione tra le persone, della cui presenza entro almeno uno dei due lati della porta si prescinde. Dunque, si considerano le relazioni, gli affetti, le emozioni e le condizioni che pongono in essere tali porte.    L’antitesi del linguaggio artistico del Palazzo/contenitore di opere e le opere esposte/contenuto, si fa allora più greve. Nell’aria, una sofferenza quasi tangibile si presenta, e non è possibile guardare con distacco emotivo, alla forma in cui si manifesta la materia artistica e ciò che il mondo attuale, con i propri progressi scientifici, ha creato nella sfera privata di ognuno di noi, obbligandoci a farci consapevoli, se non partecipi, del dramma dell’esistere in specifiche situazioni, cinicamente proposte come normali, sebbene border-line. Fil rouge della mostra è la contaminazione globale del docet dell’unificazione standardizzata del mondo, la sua omologazione in rifiuto di caratteri geografici e culturali nazionali di ciascuno. Su questo impera l’azione di un adeguamento codificato, che non prevede esigenze d’intimità e unicità, affinchè l’adesione a stereotipi funga da lasciapassare per l’accettazione universale, quasi metadimensionale. La testimonianza della contaminazione culturale tra mondi in antitesi, viene proposta in una visione artistica cinica e talvolta crudele o grottesca, fino ad una estetica del Kitsch. Così, il verificarsi degli eventi viene accettato per il suo violento impatto per esserne stravolti nel tentativo di metabolizzarlo, razionalizzarlo e accettarlo. Conseguenza ne è l’isolamento, l’alienazione, il soffocare ogni sentimento interiore, che vorrebbe svilupparsi ed essere vissuto apertamente, per diventare compulsiva ricerca di una felicità preconfezionata.   Renata Panizzieri Lanza.                                   

L’arte di Luciana Bey

Giovedì 25 Settembre 2008

Da sabato 4 a domenica 19 ottobre 2008 mostra personale “Rose, neve e …”  dell’artista Luciana Bey, presso il Caffè Platti, C.so Vittorio Emanuele, 72 Torino con orario 10.00-12.00/16.00-19.30. Vernissage ore 17.00.                                                                                             Le opere di Luciana Bey offrono uno spazio per l’anima,  alle persone dal forte sentire. Una fonte a cui abbeverarsi per espandere la propria sensibilità e nutrire il proprio spirito. Attraverso un’acquisita ed esperta capacità nel dominare la tecnica dell’acquarello, arte di nicchia per cultori della leggerezza e della luce, la Bey propone oggetti e figure di una realtà da cui prescindere per raggiungere una dimensione altra, impalpabile e foriera di emozioni trascendenti.In pieno spirito neoplatonico, l’Arte creata dalla Bey, ci accompagna dalla materia allo spirito, ove esso è ciò che di sacro è in ognuno di noi e ci permette di assorbire, dalla leggera trasparenza delle forme, ciò che aleggia, animato, intorno alla silente staticità delle cose.I suoi fiori, i suoi paesaggi, le sue figure umane e del regno animale, fungono da trampolino di lancio per la dimensione della poesia e dunque dei sentimenti.Una pittura di leggerezza, quindi, ma pregna di un’impalpabilità greve, che ci mantiene ancorati all’aspetto reale della nostra quotidianità, per poi renderci attenti, all’ascolto di quel muto vibrare delle emozioni che ne promanano, silenziose e vive, tanto necessarie all’essere umano per definirsi tale. E’ la magia dell’Arte.Gli stessi elementi fondanti, della tecnica esecutiva ad acquerello:  l’acqua e le polveri colorate dei pigmenti, ci trasportano in un fare da antica bottega, in cui il creare è dominato dalla conduzione maestra della tecnica e dai precetti di un’Arte quasi alchemica e pregna dell’urgenza, da parte dell’artista, della scoperta analitica del fenomeno naturale, per poi spingersi oltre, per meglio comprendere il mistero dinamico del Tutto e giungere, così, ad un risultato artistico atemporale e gravido di possibilità, da parte del lettore. Acqua e pigmenti colorati, come anima e materia, come spartito musicale e suono.Sulla carta, l’artista, procede con estrema con estrema misura nell’apporre il colore per creare gli elementi della composizione, al fine di mantenersi in equilibrio costante e procedere “per forza di levare, anziché di porre”, di davinciana memoria.Il suo metodo è dunque frutto di una lunga e incessante ricerca circa le possibilità nel proprio momento creativo: fase in cui l’occhio è il primo ad essere interessato, come riferimento, come finestra sul creato, e la mano, in seconda istanza, lo segue nel concretizzare il proprio kunstwollen.La Bey elegge a sua fonte di studio e d’ispirazione, Sir Wilson Turner, la scuola dell’acquerello inglese, lo stesso Leonardo da Vinci ed il Rinascimento tutto, infatti ognuno di questi modelli è percepibile nelle sue opere, le quali, sono anche caratterizzate dall’incontro, solo apparentemente in antitesi, di forza (nell’incisività del gesto) e delicatezza (nella non definizione delle forme e relativa scelta cromatica), per giungere ad una resa tridimensionale dello sfumato,che fonde i toni e gli spazi. Lo constatiamo nei paesaggi innevati, in cui, non vi è mai un netto distacco tra le superfici imbiancate e l’ambiente stesso che li ospita, perché tutta la narrazione pittorica è da lei impostata in un fluire continuo, un’energia circolare che accarezza le sagome, nel delinearle, e le avvicina o le allontana, a seconda del moto della propria creatività. Lo stesso accade per le rose dai soffici petali, che si offrono generosi allo sguardo e paiono quasi vellutati nei loro colori pastello, così zuccherosi, dal ritenere persino possibile gustarli.Un acquarello di Luciana Bey è, così, un abbraccio ai nostri sensi, un messaggio di gioia e di mistero, che ci mette in guardia dalla superficialità e dall’aridità nelle nostre, talvolta frettolose, umane vite.Renata Panizzieri Lanza                                                                                                                                   (more…)

Il mio nome è nessuno

Giovedì 26 Giugno 2008

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IL MiO NOME  E’ NESSUNO

Ingremiomatris -L’ecole des Italiens -Museo Immaginario
Regione Piemonte -Provincia del Verbano Cusio Ossola -Citta’ di Domodossola

IL Mio Nome E’ Nessuno
incantamento,stupore e bellezza nell’arte dei semplici

Domodossola  Palazzo Silva  via G.Paletta
6 Luglio 21 settembre 2008

 

Esordisce il 5 luglio prossimo, a Domodossola, nella superba sede di Palazzo Silva, una mostra destinata a cambiare i confini dell’arte contemporanea. Si chiama !l mio nome è Nessuno, e possiede un sottotesto disarmante, esplicativo: Incantamento, stupore e bellezza nell’arte dei semplici.
Fino al 21 settembre si potrà assistere a una rassegna di pittori così detti naive, ribattezzati “semplici”. La mostra si presenta anche, e con notevole decisione, come gesto perentorio, estetico e politico. Contrastando un’idea performativa e banalmente provocatoria dell’arte italiana degli ultimi decenni. Riscoprendo i valori del sogno rispetto a quelli del mercato, il desiderio in favore del glamour. Così questi artisti, “simili a spettri o a eroi delle favole, ci mostrano la fiamma sempiterna e primitiva dell’arte: il suo potere suggestivo, conturbante, mitologico. Ci sono gesti nostalgici,intimi, preziosi, per nulla omologati, di gente ai bordi della storia, fuori dal mondo, che proprio per questo conquista il perno del mondo, il suo più remoto segreto”. la mostra è curata da Marcovinicio, ed è mediata da un catalogo programmatico con testi di Davide Brullo e di Silvia Pacassoni edito da Umberto Allemandi

Dio è morto, e con lui l’arte. Pressappoco è così.

Gli artisti si metrano in base a un criterio di vendita, sulla loro testa viene affibbiata una taglia che ne identifica il valore. Nulla discandaloso, per chi fa denari: l’arte è un prodotto di mercato.L’artista, cioè, da talento individuale è diventato una griffe, lo si compra perché qualcuno ci dice che comprarlo è un buon affare, perché farà fruttare al compratore di lì a qualche anno un lauto gruzzolo.Bizzarrie dell’epoca: l’arte non procura più un nutrimento spirituale,non evoca bellezza, ordine e senso. Simile a un qualsiasi altro prodotto “di consumo” – come un paio di scarpe, una borsetta particolare, un’automobile fiammante – vaga sull’onda anomala delle
“mode”, e si muta da popolare in gioiello d’èlite. Non provoca il mito, ma asseconda la storia. Cioè: non è inevitabile, urgente,provocante, bensì accessoria, aleatoria, vacua. L’estetica, come direbbe il poeta premio Nobel Josif Brodskij, non fonda più l’etica dell’uomo e della storia, ma è schiava di pulsioni superficiali,destinate a svanire al primo battito di ciglia, al precoce passaggiostagionale delle rondini.

Dacché fare i guastafeste è un esercizio per molti versi facile e inutile, costruiamo qualcosa. Questa è una mostra scandalosa. L’esatto
opposto dell’alchimia che regge, ad esempio, la Biennale di Venezia.

Il mio nome è Nessuno è una mostra di “pittori della domenica”. Di
artisti per lo più ignoti e ingenui, selvatici e nascosti, anonimi e
misteriosi. Per far risorgere l’arte bisogna azzerarla, rivelandone il
cuore, la polpa inalterabile e millenaria.

Dopo tutto, è sempre stato così. Naïve vuol dire incantamento, stupore, bellezza pura, netta, semplice. Già, è attraverso un gesto semplice e perentorio che intendiamo scompaginare la storia dell’arte, far impazzire la Borsadell’Arte. Oggi come ieri sono i segni problematici e primordiali a cambiare il tempo. Lo sapevano bene, per ripassare in memoria due nomi clamorosi, Paul Gauguin e Pablo Picasso, che studiarono alla corte dei naïve e dei reietti per ottenere il miracolo della semplicità, di una infantile, unica immediatezza. Così questi artisti occasionali,ispirati, per giunta illuminati, che vengono a noi nel mistero, simili a spettri o a eroi delle favole, ci mostrano la fiamma sempre eterna e primitiva dell’arte: il suo potere suggestivo, conturbante,mitologico.

 


 Ci sono gesti nostalgici, intimi, preziosi, per nullaomologati, di gente ai bordi della storia, fuori dal mondo, che proprio per questo conquista il perno del mondo, il suo più remoto segreto.

Il viaggio tra questi “nessuno”, tra questi artisti perduti e ritrovati, sommersi e salvati, anticonformisti perché non condizionati da alcuna moda, antimoderni, è anche un periplo alle origini dell’arte. Nel nome, sempre, è il senso. Nessuno si nominò Odisseo scampando alla furia di Polifemo. Nessuno è una zattera, un’occasione per salvarsi dal mondo di chi vuole annullare l’arte, tacitarne il potenziale esplosivo, perennemente scandaloso. Con una truppa di “nessuno” si rifonda l’arte.


Perché gli artisti, quando vigorosi, come
Odisseo, sono curiosi e corsari, avventurieri e pirati. Comunque,
estremi, fino ai margini inesplorati della terra.



Orari: Da martedì a venerdì dalle 15 alle 19

         sabato e domenica dalle 10 alle 12, dalle 15 alle 19
Ingresso € 5. Info e prenotazioni:
      www.ingremiomatris.com 

         info@ingremiomatris.com
         Cell. +393357357840

Inaugurazione sabato 5 luglio ore 18,30   Teatro Galletti  p.zza Mercato  Domodossola

Catalogo:                 Umberto Allemandi & C Ita/Ingl. 168 pag.

Curatore:                  Marcovinicio

Testi di:                    Dott. Davide Brullo, Silvia Pacassoni

Fotografie di:             Antonio Maniscalco, Marco Bianchetti

Coordinamento di:      Massimo Fiumano’

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L’opera di Momò Calascibetta presente alla mostra” Il Mio Nome E’ Nessuno”
“Minuetto di una domatrice di coccodrilli nel salone degli specchi di Villa Palagonia”
disegno a matita cm.160 x 180 - 2002

 

tutti i testi del catalogo sono disponibili su:www.artmomo.com  
www.ingremiomatris.com

Veglia-Devero

Martedì 8 Aprile 2008

Ai piedi tra gli alpeggi parcheggia a San Domenico (è in provincia di Verbania) inizia con dolcezza la salita panoramica al parco Veglia-Devero.
Esso svela all’improvviso l’alpeggio e una manciata di case di pietra attorno a un torrente, con le Alpi Lepontine sullo sfondo.
Il fine settimana passa in fretta tra passeggiate e spesa di formaggio ossolano e miele all’alpeggio.
Per dormire nel silenzio più totale della montagna, a 1.380 metri, ci sono agriturismi attrezzati.
Il paesaggio è dominato da ampie aree pascolive circondate da fitti lariceti con sottobosco di rododendro e mirtillo.
La parte di Devero è in parte occupata da un’ampia zona umida e torbiere che testimoniano l’antica presenza di specchi d’acqua di origine glaciale ed è contornata da diversi nuclei abitativi.
Crampiolo è caratterizzato da diversi pascoli che si estendono in un dolce alternarsi di dossi coperti da lariceti e da un nucleo abitato.
La zona di salvaguardia è stata istituita al fine di raccordare l’area protetta e il territorio non soggetto a tutela e incentivare interventi ed attività compatibili con le caratteristiche ambientali.
La variegata morfologia del territorio consente di compiere innumerevoli gite, con sentieri adatti ad ogni tipo di gusto, esigenza e preparazione, dal percorso quasi pianeggiante fino alle ascensioni alpinistiche.
Il periodo più adatto è quello estivo,anche se d’inverno esiste la possibilità di praticare lo sci alpino.
Nella bella stagione gli innumerevoli percorsi consentono di visitare il parco.
L’incanto dei paesaggi rende la visita sempre nuova.

Manta

Giovedì 3 Aprile 2008

Per conoscere meglio le meraviglie della nostra regione, è possibile visitare il castello di Manta.
Situato sulle colline in provincia di Cuneo, si può ammirare la meravigliosa fortezza trecentesca che nel XV secolo è stata ampliata dal figlio illegittimo di Tommaso III.
Superato il cancello ci si trova davanti a un bellissimo giardino, entrati nel castello, a sinistra, si trova l’accesso alle cantine con volte in mattoni; da cui si giunge alla cucina dove c’è un grandioso camino, un pozzo e il pavimento leggermente inclinato per far scendere l’acqua.
Da qui si arriva a un grande vestibovo dove si trova una decorazione che nell’800 è stata ricoperta con un nuovo intonaco con il motto leit cioè “guida”.
Dal vestibolo si accede alla sala baronale che è un ambiente terecentesco dove gli affreschi esprimono passione per la cultura cavalleresca per i miti e per i suoi codici di comportamento.
C’è poi un luogo di rappresentanza, sul camino si trovano lo scudo, l’elmo, la corona e il motto Leit che rappresentano il ruolo di Valerano come signore e reggentedel marchesato di Saluzzo fino alla maggiore età del fratello.
Su una delle pareti sono raffigurati nove prodi e nove eroine che sono tutti personaggi del romanzo “le chevalier errant” cioè “il cavaliere errante”.
Quasi tutti i personaggi hanno un’arma di offesa per sottolineare la loro virtù guerriera; di fronte alla parete si ammira la fontana della giovinezza, toglie le malattie, e da la giovinezza, è divisa in tre momenti: corsa alla fonte, i bagnanti e i ringiovaniti.
Si giunge al salone delle grottesche che è una struttura triangolare, le finestre ai lati e sul soffitto, il monogramma in stucco con le iniziali di Michele Antonio.
Nel riquadro della scena centrale del salone delle grottesche c’è un carro infuocato del profeta Elia; attorno ci sono due ovali dove: nel primo c’erano tre putticon in mano i segni del potere temporale e religioso:la mitra, il libro, la spada e la corona o l’alloro.
Nel secondo è rappresentato il globo terrestre: si visita la galleria di passaggio che è un ambiente molto soleggiato dove si recavano le donne a lavorare.
la camera da letto conserva nelle pareti l’intonaco cinquecentesco e il soffitto di legno decorato dai monogrammi del committente.

Lago Maggiore

Lunedì 31 Marzo 2008

Il secondo lago italiano per estensione, racconta storie e tradizioni diverse grazie alla sua favorevole posizione geografica tra la Svizzera, le province di Novara e Verbano- Cusio-Ossola in Piemonte, e quella di Varese in Lombardia.
Il Verbano, questo il vero nome del lago, è formato dal fiume Ticino che vi si riversa in Svizzera e ne esce a Sesto Calende.
La posizione del lago è di origine glaciale, ne fa ideale via di transito per l’Europa centrale.
Mai lo stesso panorama, ricco di storia e testimonianze artistiche, il paesaggio è vario: angusto a sud, si allarga e diventa ricco di vegetazione e architetture nel golfo Borromeo.
La sponda lombarda, è caratterizzata da colline che digradano fino alla riva, dove, tra fiumi e torrenti, si alternano spiagge di sabbia e pareti rocciose.
Il modo migliore per ammirare il lago e le insenature è fare gite in battello.
La sponda piemontese, è parte del lago Maggiore e la natura sembra avere dato il meglio di sè creando paesaggi suggestivi come quello della Valle Vigezzo, della Valle Grande e delle Riserve.
La Valle Vigezzo, corridoio di origine glaciale tra l’Ossona e il Ticino, occupa un vasto altopiano a 800 m di quota che digrada a ovest nella piana del Toce e a est nella zona elvetica delle Centovalli.
Il paesaggio è reso inconfondibile dai torrenti Melezzo e Toce, dall’orrido di Ponte Maiolone e dalla forra tra Masera e Orcesco.
La valle conta 7 comuni: Craveggia, Drugono, Villette, Re, Malesco, e Santa Maria Maggiore.