Archivio di Agosto 2009

Genio e “Regolatezza”

Domenica 23 Agosto 2009

Genio e “Regolatezza”Genio e “Regolatezza”dal 31 agosto al 11 settembre 2009

Inaugurazione mostra

lunedì 31 agosto ore 18,00

Chiesa della Maddalena

via Zacconi - 61100 Pesaro (PU)

info-line: 347 5151916

ggrilli@alice.it  nardinimaurizio@gmailcom

L’ultima favola

C’era una volta un grande pittore, capace, secondo Berenson e De Chirico, di stare alla pari con i tre più grandi del Rinascimento. Questo genio, però, è stato nostro contemporaneo.

Così vicino a noi che non siamo riusciti a vederlo, come quando ci si trova a pochi centimetri dalla facciata di un palazzo e non possiamo coglierne la dimensione reale.

Così, di Annigoni scopriamo solo l’aspetto tecnico, la mostruosa abilità esecutiva,presi come siamo a giustificare la follia e l’arroganza dell’arte astratta e concettuale, delle troppe avanguardie, degli ismi che si ripetono fino alla noia, come nel gioco degli specchi.

Un’arte, quella degli ismi e delle avanguardie, che talora ha una dignità, un suo significato, quando deriva, come un Picasso, da una ricerca estetica seria che comunque rispetta i grani del passato, la natura, l’uomo.

Ma in troppi altri casi quest’arte non è che una operazione di mercato, vedi Warhol, che ci ripropone mille volte l’equivalente di quell’immondizia che è in mostra e in vendita in qualsiasi shop-center. E’ innegabile che il taglio di Fontana, così assoluto,  così misterioso, così tipico del serial killer nella sua ripetitività ossessiva, affascini e suggestioni soprattutto

chi ha assorbito la lezione quotidiana di autodistruzione propinata dai mass-media sotto forma di consumismo, guerre, inquinamento.

Ma la dove Fontana denuncia inesorabilmente la nostra sconfitta con quella buia fessura, al tempo stesso origine ed esplosione dell’universo e oscurità anatomica da cui nasciamo, Annigoni, agli antipodi, ci invita a riflettere su ciò che possiamo ancora salvare: la nostra anima, e non solo nel senso religioso del termine.

Guardate, per esempio, (solitudine 2): è di una modernità assoluta, in essa si celano il genio compositivo di un Mondrian, e il surrealismo di un Dalì, ma è eseguita con una magia tecnica ed espressiva che appartegono solo ai più grani tra i grandi. Quest’opera esprime un senso di isolamento e malinconia totale, tipica dei nostri tempi, con l’uomo che si rifugia e si arrocca sempre più nel proprio egoismo per esorcizzare la distruzione di tutto ciò che sta sotto ai suoi piedi, l’erba, le piante, gli animali, la terra.

Ed ecco che la rappresentazione annigoniana della realtà si rivela paradossalmente più moderna, più attuale del taglio di Fontana, perchè  anzichè  istigarci alla rassegnazione inerte, ci invita a quella presa di coscienza che è l’ indispensabile premessa ad una sia pur improbabile via di scampo.

Dove Fontana celebra la morte, Annigoni celebra il coraggio e la dignità di sopravvivere.

                                                                                                                                             Gilberto Grilli

Ringraziamenti:

Benedetto Annigoni

Maria Ricciarda Annigoni

Comune di Pesaro - Assessorato alla Culura

Musei Civici Pesaro

Fiam

Veronica Hit Radio

Curatore:                         Gilberto Grilli

Organizzazione:            Gabriele Bonazza

Coordinamento:            Maurizio Nardini

“Passages”: 3 artiste alla SACI Gallery di Firenze

Martedì 18 Agosto 2009

Alla SACI Gallery al Palazzo dei Cartelloni in via S. Antonino 11 a Firenze dal 26 settembre al 19 ottobre è allestita la rassegna di arti visive “Passages”, organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio.  In esposizione recenti opere di Fiorella Bologna, Daniela Caciagli e Andrea Mercedes Melocco: una rassegna tutta al femminile per 3 autrici che hanno all’attivo nutriti curricula espositivi, con mostre allestite sia in Italia che all’estero. Seppur diverse tra loro per cifre stilistiche, tecniche utilizzate  e formazione estetica, sono accomunate da un profondo spirito di ricerca nell’ambito dei rispettivi percorsi creativi. Fiorella Bologna (Castelnuovo Magra, 1956) sperimenta stratificazioni di materiali diversi – dall’olio, al pastello, alle matite – in tecniche miste dalle elaborate sfumature e dalle suggestive variazioni tonali: i suoi lavori si basano sull’essenzialità del tratto e su particolari sovrapposizioni cromatiche e materiche. Memorie infantili si mescolano a leggerezze oniriche, reminiscenze quasi arcaiche a ricordi personali, amalgamandosi in una soffusa atmosfera sentimentale. In tale contesto appare, spesso, la parola scritta: ora con funzione esplicativa, ora come semplice segno grafico. Nei dipinti ad olio e acrilico di Daniela Caciagli (Bibbona, 1962) si uniscono, con originalità, richiami di matrice Pop e surrealista. L’artista cerca di plasmare la realtà e di farla immaginare in continua mutazione, creando libere associazioni fantastiche di frammenti di vita quotidiana, in cui i riferimenti spazio-temporali  appaiono sfumati. Vibrante è l’uso dei cromatismi: il colore è il vero elemento generatore della forma, la modella e la controlla per comunicare una non banale riflessione sul destino, imperscrutabile, che caratterizza ogni essere umano. Andrea Mercedes Melocco (Budapest, 1956) realizza smalti su tavola di grande formato raffiguranti sagome nere dal forte impatto visivo e dalla notevole carica evocativa. Pezzi unici che colgono gesti, emozioni e pensieri: non ritratti, non fotografie, piuttosto l’essenza di una persona, quella che si rivela in controluce. Il nero è l’unico colore che per l’artista riesce a sottolineare la forma senza contaminare il racconto: qualsiasi altro colore lo porterebbe verso storie differenti, verso migrazioni emotive che snaturerebbero il nucleo forte da cui nasce ogni figura. La mostra è corredata di 3 cataloghi – uno per ogni artista – curati da Mercurio Arte Contemporanea, con testi critici di Matteo Sara (per Bologna), Simone Fappanni (per Caciagli), Mario Bonacini (per Melocco).E’ aperta dal lunedì al venerdì, in orario 09.00 – 19.00, sabato e domenica in orario 13.00 – 19.00. Infoline: 055 289948. Web: www.saci-florence.edu. 

 

 

Baby R_1

Lunedì 17 Agosto 2009

BABY R_1 Lidia Bachis, Giusy Calia, Franco Casu, Chiara Demelio, Elisabetta Falqui, Gavino Ganau, Gruppo Sinestetico, Nilla Idili, Jara Marzulli, Tonino Mattu, Michele Mereu, Marco Pili, Progetto Askos, Francesca Randi, Pietro Sedda, Gianfranco Setzu L’arte cattura e restituisce immancabilmente i segni del suo tempo, puntando il riflettore su quanto sta epocalmente accadendo. Diventa territorio di passaggio e trasformazione di codici che, prima accolti e poi riscritti, passano>> attraverso le creazioni, dagli artisti alla comunità intera. In quest’ottica Baby R_1 si pone come luogo d’esperienza preventiva dell’inquietante, quanto attuale tema, dell’homo artificialis e della dissoluzione dell’umano, indagando una questione che divide le coscienze e che vede schierati su fronti inversi e avversi: da un lato i transumanisti che con spirito prometeico spingono verso lo sviluppo delle (bio)tecnologie per il miglioramento e/o superamento della condizione umana, dall’altro i neoconservatori accusati d’ostilità al progresso e d’oscurantismo, per i quali il movimento transumanista starebbe aprendo la strada ad un futuro apocalittico.Nell’esprimersi, ogni artista mostra il suo invisibile, che diventa desiderio di liberazione della specie umana dai vincoli biologici per il raggiungimento di uno stato semidivino (Calia, Falqui) traccia lasciata da un corpo che non è più qui (Idili), distaccamento mentale dal corpo terreno per raggiungere un universo altro (Pili) guerra alla fossilizzazione del pensiero e al controllo mentale spacciato per sicurezza (Mattu, Mereu, Gruppo Sinestetico) apertura al nuovo, ma sempre biologico (Demelio) destabilizzazione del pensiero unico (Setzu, Sedda, Casu) abbattimento di pregiudizi e schemi mentali (Randi), dubbio e ridefinizione di identità (Marzulli) di etica (Ganau) forza ammaliante e allo stesso tempo devastatrice della passione (Progetto Askos) nostalgia dell’involucro, che questo sia corpo o spazio (Bachis)Curiosa, infine, la coincidenza della proposta con l’innumerevole serie di mostre dedicate alla celebrazione del centenario del Futurismo, nella cui corrente, com’è noto, troviamo l’interesse verso la tecnologia, e con Filippo Tommaso Marinetti, l’idea appassionata di lasciarsi alle spalle la vecchia umanità, sfondare le misteriose porte dell’impossibile, vivere nell’assoluto e, naturalmente creare l’ “uomo nuovo”. Vecchiaia, malattia e morte sono limiti da superare. Assetata di bellezza e d’espressione, Elisabetta Falqui, con Le Croci porta le speranze ma anche gli eccessi, gli inganni e i turbamenti di questa corsa per la conservazione (o ripristino) di funzioni umane, per il mantenimento della giovinezza/bellezza, fino al prolungamento senza fine della vita; «l’idea più pericolosa del mondo».l’ha definita Francis Fukuyama, politologo e storico statunitense, che minaccia la stessa specie umana così come la conosciamo. Per la Falqui, per raggiungere questi obiettivi, l’uomo è disposto a crocifiggersi e torturarsi come Gesù, che abbracciò la croce per salvare l’umanità, ma questa, più che all’immortalità dell’anima, aspira alla perfezione ed eternità del corpo. Con la sua proposta, Nilla Idili, ci ri-conduce verso l’affermazione di Friedrich Nietzsche “In primo luogo dai sensi viene ogni cosa degna di fede, ogni buona coscienza, ogni aspetto della verità”, ma, sembrerebbe aggiungere l’artista, per essere coscienti del proprio corpo, è necessario, a volte, fermarsi, uscirne fuori e osservarsi. L’artista lascia la canottiera come traccia (Autoritratto) per raccontarsi, indumento intimo da scrutare, sfiorare, annusare e sentire. I sensi, stringa invisibile d’odori, parole, gesti, ricordi, suoni, sono il mezzo per ri-elaborare ciò che viene da loro descritto, e per avere consapevolezza dell’essenza del corpo materiale. La percezione di sé, di esistere, appare più reale dell’esistenza stessa del corpo  Apertura al cambiamento e a ciò che si trasforma, che è ancora, anche se altro, è il must di Chiara Demelio. Nuovo stadio evolutivo, quindi. Nuovi sensi, nuove percezioni e possibilità di usare facoltà fisiche e mentali, per un’artista che non è nuova all’osservazione dei fenomeni della natura e delle sue possibili variazioni. In Autoritratto in progress, lo sguardo è rivolto alla dissoluzione dei tessuti che precedono la formazione dei nuovi. L’oggetto analizzato è il suo piede, parte di un Tutto in continuo mutamento. La metamorfosi naturale (che sia di natura biologica e quindi antropologica, culturale e metafisica) si conferma insostituibile e non barattabile con alcuna propaggine artificiale, per la sopravvivenza dell’uomo e del suo divenire. Fuori e dentro il corpo, la religiosità del ricamo, lo sguardo ambiguo e privo di sofferenza, che invita a oltrepassare ciò che vediamo (la cucitura sulla pelle) verso un in altro luogo non solo fisico.Se la Idili usa la percezione e la consapevolezza per ri-evocare il corpo fisico, Jara Marzulli, in modo diametralmente opposto, ma simile, ne Il giardino  porge il corpo come forma del visibile per rimandare all’invisibile. Il confine tra l’essere e l’apparire, tra ciò che mostriamo e ciò che siamo, è il terreno della sua ricerca.. Bellezza androgina e provocante, gesti sinuosi del corpo. Il nostro sguardo incontra un altro sguardo, vivo e tentatore che innesca una relazione dinamica evidenziando un esistere senza tempo..
Nella cricca conservatrice, con il video
Human, troviamo anche Michele Mereu. L’artista prosegue l’osservazione sulla questione di un (im)possibile controllo mentale e schedatura della totalità degli individui attraverso l’inserimento di pulci elettroniche, codici a barre, vaccini in massa, da parte dei  padroni del mondo con lo scopo principale di manipolarne i processi mentali ed emozionali. Queste appendici e innesti, che hanno l’obbiettivo di omologare l’uomo, liquidare la sua natura fisica e istintuale per renderlo prigioniero del sistema, non sarà, però, impresa facile. Infatti, se con la Calia, l’avvento del post umano è preceduto e preparato da una preliminare e progressiva eliminazione/sostituzione di parti del corpo umano, a favore degli impianti e dispositivi tecnologici, con Mereu il corpo è ancora protagonista, sensuale e sessuale. La nascita della nuova forma di vita, avviene in circostanze si, innaturali e in completa assenza di grembo materno, ma avvolta da infinito pathos, potenziato dalla pellicola/placenta rossa che la ammanta e ne drammatizza la figura,  

Elevare la sicurezza a bene massimo, infiacchire il concetto d’autonomia individuale e interdire la capacità culturale di gestire il rischio, sembra l’obiettivo di questo attualissimo quanto presunto word control che si manifesta principalmente con la censura e che con un sarcastico gioco di parole, si trasforma in un inevitabile>world control in cui l’informazione è parziale, mirata, falsa. Con Censored, il Gruppo Sinestetico usa il proprio corpo, incatenandolo al pavimento, per dire no a qualsiasi forma di censura attuata da tutti i governi autoritari, sia di destra sia di sinistra, giustificata moralmente da esigenze di controllo e sicurezza. E se nell’era delle reti globali la censura è più difficilmente attuabile, per la formazione delle nuove tribù, e di alternative fonti e modi di comunicare, più preoccupante appare l’autocensura, stimolata dal neanche tanto nuovo e più potente strumento della paura, che mira a persuadere tutti della necessità di protezione e giustificazione dell’uso di mezzi di controllo.

 Esprimersi in modo irriverente e diretto, è quello che decide di fare Franco Casu con i 2 scatti dedicati alla sua Maria Maddalena. Scomodo e prepotente, per niente politically correct, porta in mostra l’ambiguo’”Amato Discepolo”, a cui è attribuito il Quarto Vangelo comunemente chiamato Vangelo di Giovanni. Il clima allucinato sposta dal sacro al peccaminoso, dal morale all’amorale occultando o rivelando, in base alla prospettiva e alla preparazione dell’interlocutore. E se a Venezia, il corpo è in bella mostra, morto in piscina o sdraiato sul pavimento, qui è esposto vestito solo di una parrucca, ad incarnare il dubbio sull’incerta identità e sesso di Maria Maddalena. La questione non è più, e solo, chi siamo realmente, come poteva essere per la Marzulli, ma se esistiamo, e se esistiamo, qual è il senso del nostro esistere, del professare una fede invece che un’altra, dell’orientamento sessuale, di ciò che affermiamo o rinneghiamo o di qualsiasi altra implicazione o scelta che ci ri-collega al mondo.Il peccato, insomma, è un’opinione Per la religione orfica, l’anima è intrappolata nel corpo come in una gabbia a causa del peccato originale, come fare per scontare questa colpa primordiale e tornare quindi a Dioniso? Morendo, e rinascendo in un’infinta trasmigrazione dell’anima in nuovi corpi, e quindi in nuove gabbie, ma sempre più grandi e più vicine alla possibilità di liberazione. Liberare l’anima da un corpo che è sepolcro, muro invalicabile, appunto, è l’idea a cui porta Marco Pili. E se, in quest’avventura sperimentale dell’homo artificialis, c’è il rischio concreto che il corpo sia cancellato, il muro sarà valicato con la scienza: noi non saremo più in grado di riconoscere né l’umano né l’inumano e l’anima vagherà in eterno. 64 caselle, 2 giocatori, circa 5 miliardi di miliardi di mosse. Strategia alta, fortuna ininfluente, abilità, tattica, scavalcamenti, le pedine non possono mangiare le dame.Sotto la nostra pelle nient’altro che plastica, ingranaggi, congegni e relais, grovigli di cavi metallici Il corpo immaginato da Tonino Mattu ne La dama è un miscuglio di polimeri bio-plastici, montati da ingegneri, genetisti, ed esperti chirurghi di impianti anti-rigetto. Il suo corpo è interamente schedato: impronte digitali, odori che emaniamo, iride dell’occhio, umori, tutto è stato campionato per fornire materiale preziosissimo sull’uomo: informazioni.Ma oltre al “noi razionale”, esiste il noi “istintivo” che agisce secondo regole proprie e autonome. Per quante manipolazioni e infiltrazioni possa aver avuto il corpo, l’uomo non è una pedina: la probabilità che alcuni passino indenni, o sfuggano al controllo, rimane reale, e questi saranno le mine vaganti. E’ una partita senza esclusione di colpi, però CAUTION> esistono le variabili. Generazione senza radici e senza protezione questa New breed, proposta da Gavino Ganau, che ci offre l’opportunità, propria dell’arte contemporanea, di prestare attenzione ad un fenomeno, che più che il futuro, sembra riguardare il momento storico attuale. Ironia prima di tutto, ma anche lucida e cruda analisi del disagio sistemico ed endemico che sembra spuntare dalle spensierate facce dei giovani giapponesi presentati dall’artista, numerati e sistemati in ordinatissime fila. Grazie a Ganau ci mettiamo al riparo dalla romantica idea di bambino indaco sponsorizzata dalla new age made in California. Di spirituale rimane poco, in questa vivace gioventù, rivolta verso il consumismo più smodato fatto perlopiù di svago (comprare, giocare ai videogame) ma che ispira una spaventosa solitudine. Nel loro mondo i genitori, a causa dei ritmi lavorativi incalzanti, sono spesso degli sconosciuti; frequenti sono i suicidi e il ricovero negli istituti per malati mentali, e la loro vita è imbevuta d’impossibili sogni. E questo deserto, anziché costituire terreno fertile per una sana aggressività e ribellione, diventa per i giovani nipponici un mondo senza adulti, amorfo, organizzato e civile. Hanno tutto, tranne una vita reale. Al superamento dei limiti umani, attraverso la mutazione genetica sembra puntare Anche questa volta è toccato a Ofelia di Giusy Calia, transitando però dalla biologia umana tradizionale verso una forma di biologia fusa con la tecnologia. “e una pozza d’acqua infetta ci ri-battezzerà tutti” direbbe ora Ada Merini se potesse vedere Ofelia, adagiata su una delle vasche da bagno dell’ex ospedale psichiatrico, in accordo con il programma di trasformazione in umanoidi, progettato in una futuribile (im)probabile città post umana. “Tutto scorre” direbbe Giusy Calia che passa dalle oniriche Ofelie di ispirazione preraffaellita a questa Ofelia disumanizzata e innestata come da copione transumanista-.L’acqua è una costante nella produzione artistica dell’artista e provvidenziale arriva su laccu materializzatosi durante l’allestimento su cui Ofelia si sdoppia e galleggia. Con il suo consueto modo di fare Gianfranco Setzu, con No time for boring thinghs, introduce un argomento profondo e serio offrendoci al contempo l’antidoto dell’ironia e della leggerezza per neutralizzare il tutto.Le kokeshi portate da Setzu sono bambole tradizionali in legno a forma di birillo, con occhi e bocca, che secondo alcune credenze, potrebbero rappresentare gli spiriti dei bambini uccisi subito dopo la nascita perché non desiderati dalle giovani madri; o, in alternativa, abbandonati agli spiriti delle foreste perché possano dargli una vita migliore. Le api riportano alla biologia e alla fecondazione, le bambole e il loro sangue, alla mancanza e al bisogno del contatto umano. Di quell’(in)umano capace, però, di ogni nefandezza. La carta da parati su cui si snocciola la narrazione, come sempre, arriva provvidenziale per sdrammatizzare e per proporre una posizione amorale: non c’è alcuna regola cui andar contro, la realtà è semplicemente da guardare senza incasellarla in codici precostituiti, ma, soprattutto non c’è tempo da perdere per annoiarsi con simili sciocchezze.E’ grazie ad interventi come questo che alcuni temi e oggetti guadagnano attenzione e altri significati, minando le certezze del fruitore e portandolo all’acquisizione di un diverso modo di vedere le cose. Ambiguo e concettuale, Pietro Sedda con Arancia, richiama diverse tensioni e tendenze della nostra epoca postmoderna. un’epoca della povertà”, in cui gli dèi sono fuggiti, per citare un’espressione di Friedrich Hölderlin, Anche qui, come nell’opera di Casu, sembra che l’argomento principe sia scegliere e cosa scegliere: tra vero e falso, tra notte e giorno, tra umano e inumano; tra organico e inorganico, tra tornare o non tornare.Tra vivere o morire. Stimolante e curioso quello che offre l’uso del linguaggio fotografico, non meno efficace di quello pittorico, video, performativo.

Assistiamo nell’abitacolo di una macchina, previsto ma brusco, atteso ma quasi temuto “al rientro” da una notte libera dal senso di colpa. Né fame né sete, sguardo velato, appannato e sfatto. Realtà poco credibile le ore appena trascorse, malsicure quelle a-venire: tornare a qualcuno, tornare da qualche parte.

 Anche con Lidia Bachis, come per Sedda, si parla di ritorno, ma qui non ci sono dubbi amletici, lei sembra avere già deciso. Il posto dove tornare è la camera di un ragazzo degli anni 80, e il suo è un prezioso racconto per interlocutori attenti e senza fretta. Per visitare Cybernella post Human, non basta un’occhiata veloce: il luogo è da guardare e da vivere: alle pareti, poster dei film di fantascienza di quegli anni che ancora suscitano invidia da parte dei giovani annoiati di adesso. Videocassette, disegni, collages, cartoline, cd, una cuffia per ascoltare musica, un cuscino.Una chiassosa quanto orrenda carta da parati su cui è appoggiata una mensolina, e su di essa il piatto forte dell’installazione: il cd che (non) contiene una selezione musicale anni 80, genere post human, con tanto di plastificazione e grafica fronte e retro della Bachis. Non c’è niente da fare e nient’altro da dire. E’ una ventata di creatività e di libertà insieme. E’ scegliere di tornare a qualcosa di buono, che sia un’epoca, una persona, un luogo o un’idea. E’ il gusto per il particolare, l’attenzione per le cose, per l’altro, per sé stessi. Scrive Massimo Bontempelli, nella prefazione a “La vita intensa”Questa narrazione la quale comprende tutte le avventure che mi sono accorse una mattina, tra le 12 e le 12.30, andando da via San Paolo alla Galleria (a Milano, ndr) – potrà sembrare troppo complicata a quanti hanno l’abitudine di andare da casa alla trattoria senza incontrare nulla che sia degno di essere raccontato. Eppure questa è una storia vera. E io non la scrivo per quegli uomini troppo semplici. 

Essenzialità e linearità stilistica e narrativa per il trittico, lucido e ricco di stimoli, di Francesca Randi. In Sogno metafisico assistiamo alla liberazione dal corpo di qualsiasi orpello. E se la Falqui, con la sua ricerca, porta a meditare sui fronzoli legati alla bellezza e alla perfezione fisica, qui gli orpelli, sembrano quelli che imbrigliano la libertà di movimento e azione: paura, insicurezza, pregiudizio. E se, ancora, per alcuni artisti la carne e il sangue sono il luogo dove tornare, qui il corpo è punto di partenza: per arrivare, però, alla sua stessa cancellazione. Svela, la Randi, grazie anche ad un’intensa sensibilità lirica, un sistema di paradosso, in cui la sparizione fisica grida di senso e di significato  Rapporto tormentato e problematico con sé stessa, rinuncia alla soggettività e all’espressione o, come ogni opera essenzialmente lirica, comunicazione di un messaggio universale, in cui la liberazione è riferita a affrancazione da schemi, da imposizioni estetiche e stilistiche

 Il tema seducente e al contempo inquietante dell’avvento dell’uomo artificiale è l’oggetto della ricerca di Progetto Askos, che con Brebus, porta una straniante quanto impossibile storia d’amore tra una donna e un androide. Già nel Surrealismo e nel “Realismo magico” della rivista “900″ troviamo la Eva ultima (1923) di Massimo Bontempelli, favola metafisica in cui una donna si innamora d’un automa, suo uomo ideale, che è talmente artificiale da sembrare più reale della realtà. I brebus, preghiere/magiche dell’atavico quanto diffuso rito dell’acqua dei paesi del mediterraneo, sono, paradossalmente, l’unico rimedio a cui ri-tornare, per trovare delle risposte all’impossibilità d’unione, o per guarire dalla malia. Il video è girato nella stanza della mola dello stesso museo e il portaritratti è quello con cui la nonna materna di Alice ha dormito durante i suoi 30 anni di vedovanza- Chiara Schirru (Askosarte) 

Mostra: I colori del marmo vestito

Martedì 4 Agosto 2009

Il nuotatore. Di Knut SteenI colori del Marmo Vestito

Mostra di Scultura Sabato 8 agosto – Domenica 23 agosto
Presso Agenzia per il Turismo
Lungomare Vespuvvi, 24
Marina di Massa (MS)

 Inaugurazione Sabato 8 agosto 2009 alle ore 18.30 

L’APT di Marina di Massa presenta  I Colori del marmo Vestito, esposizione di 8 artisti internazionali, che lavorano e fanno ricerche da molti anni nel campo della scultura e della pittura. Presenti Knut Steen (Norvegia), Erika Anfisen (Italia), Clara abramovici (Romania), Anat Golandski (Israele), Rinaldo Bovecchi (Italia), Vibek Sando (Danimarca), Sergio Mazzanti (Italia), Maria Luisa Sacchelli (Italia).Da rilevare la preziosissima presenza dello scultore norvegese Knut Steen, uno dei più importanti artisti norvegesi viventi. Scultore dal 1946, Knut Steen ha fin da subito sviluppato una profonda conoscenza di molti materiali dal bronzo all’acciaio, dal marmo al granito, scoprendone le innate possibilità creative. Vive tra la Norvegia e Pietrasanta dal 1976, quando per la prima volta visitò le cave di marmo di Carrara. Il suo entusiasmo per la materia e la sua attrazione per le antiche tradizioni di escavazione hanno contribuito a far si che le superfici delle sue sculture diventassero di una morbida sensualità. Nelle sue opere marmoree la luce trapassa la materia come in una corolla di fiore, sempre più sottile e spirituale.Nella mostra I Colori del marmo Vestito, Knut Steen e gli altri 7 artisti offriranno al pubblico un insieme di differenti ricerche e approcci, dalla visione più classica alla più moderna, dando alla materia, in una dimensione narrativa ad una figurazione, incisi di forte valenza simbolica, trasformandola in habitat che si offre come vero e proprio luogo dell’anima. 

Orario di apertura: tutti i giorni 9.00/13.00 16.00/22.00

Dall’8 al 23 agosto 2009 

“10″: rassegna di pittura alle Scuderie Granducali di Seravezza

Sabato 1 Agosto 2009

Dall’ 8 al 30 agosto 2009, presso le Scuderie Granducali in via del Palazzo a Seravezza (Lu), è allestita la rassegna di pittura “10”.In esposizione dipinti di: Fiorella Bologna (Castelnuovo Magra, 1956), Daniela Caciagli (Bibbona, 1962), Massimiliano Contu (Prato, 1974), Riccardo Corti (Firenze, 1952), Marco Lami (Montelupo Fiorentino, 1962), Guido Morelli (La Spezia, 1967), Armando Orfeo (Marina di Grosseto, 1964), Nicola Perucca (La Spezia, 1962), Riccardo Ruberti (Livorno, 1981) e Valente Taddei (Viareggio, 1964). Si tratta di una rassegna di pittori toscani e liguri che operano nell’ambito della figurazione contemporanea: 10 autori differenti tra loro per cifra stilistica e formazione estetica, ma accomunati da un profondo spirito di ricerca nei rispettivi percorsi creativi. Gli artisti vantano tutti un nutrito curriculum espositivo, con importanti mostre personali e collettive sia in Italia che all’estero.  Bologna sperimenta stratificazioni di materiali diversi in tecniche miste dalle elaborate sfumature e dalle suggestive variazioni tonali. In dipinti ad olio e acrilico, Caciagli crea libere associazioni fantastiche di frammenti di vita quotidiana, in cui i riferimenti spazio-temporali  appaiono sfumati. Nei suoi oli, Contu assume la pittura come strumento di denuncia, stimolando a riflettere sulla società contemporanea: lo fa, però, con un sottile sguardo ironico, che lascia aperta la porta alla speranza. In composizioni equilibrate nelle quali l’eleganza dinamica delle forme si unisce alla morbidezza delle sfumature, Corti propone oli dalla forte valenza simbolica, nell’ambito di una pittura di sintesi. Nei suoi dipinti ad olio e acrilico su tela, dalla spiccata tendenza al monocromatismo, Lami riproduce immagini di situazioni quotidiane pervase da un’atmosfera nostalgica. Morelli è autore di raffinati oli dall’impronta materica, nei quali sono raffigurati sintetici paesaggi naturali. L’universo creativo di Orfeo è vicino al mondo dei fumetti e dei cartoons: le sue tele ad olio e acrilico sono ricche di dichiarati riferimenti culturali, ora alla pittura metafisica, ora a quella surrealista. La tematica del viaggio appare centrale negli acrilici su tela di Perucca, dalla spiccata componente scenografica. Con olio e acrilico Ruberti riproduce immagini misteriose, figure di uomini e bambini che in alcuni particolari mutano le loro sembianze, assumendo caratteristiche morfologiche di insetti o vegetali. Taddei realizza dipinti ad olio e china dal taglio narrativo e minimalista, in cui un onnipresente ‘omino’ si ritrova in situazioni perennemente in bilico tra ironia e paradosso.  La mostra, organizzata in collaborazione con la galleria Mercurio Arte Contemporanea di Viareggio, è corredata di catalogo con introduzione di Gianni Costa ed è patrocinata dall’Assessorato alla Cultura e al Turismo del Comune di Seravezza.Rimarrà aperta tutti i giorni con orario: 10.00 – 13.00 / 17.00 – 23.00.Infoline: 0584 756100 / 0584 757443. Web: www.mercurioviareggio.com/10.htm.